Julio Velasco e la cultura degli alibi

Penso che in Italia, quasi tutti conoscano il mitico Julio Velasco, nato a La Plata in Argentina nel 1952 è probabilmente il più grande allenatore di pallavolo di sempre.

Per curiosità sono andato a vedere il suo palmares e ne sono rimasto incantato:

In Italia:
Oro ai mondiali di pallavolo maschile: 2 (1990, 1994)
Argento olimpico maschile: 1 (1996)
Oro agli europei di pallavolo maschile: 3 (1989, 1993, 1995)
World League di pallavolo maschile: 5 (1990, 1991, 1992, 1994, 1995)
Coppa del Mondo di pallavolo maschile: 1 (1995)
Coppa delle Coppe: 1 (1985-1986)
Campionato Italiano: 4 (1986, 1987, 1988, 1989)
Coppa Italia: 3 (1986, 1988, 1989)

In Argentina:
Argentina Campionato argentino: 4 (1979, 1980, 1981, 1982)
Giochi Panamericani: 1 (2015)

In Iran:
Campionato asiatico e oceaniano di pallavolo maschile: 2 (2011, 2013)

La generazione dei fenomeni

La sua grandissima carriera da allenatore, dipende certamente da aver potuto allenare grandissimi giocatori, ma aver reso questi giocatori la “generazione dei fenomeni” come vennero definiti dal giornalista Jacopo Volpi è sicuramente merito delle capacità relazionali e motivazionali di Julio Velasco.

Della famosa “generazione dei fenomeni” fanno parte nomi conosciuti non solo nel mondo della pallavolo, ma un pochino a tutti quelli che amano lo sport: Andrea Anastasi, Lorenzo Bernardi, Luca Cantagalli, Alessandro Fei, Andrea Gardini, Andrea Giani, Andrea Lucchetta, Luigi Mastrangelo, Samuele Papi, Paolo Tofoli, Andrea Zorzi e altri che sicuramente ho tralasciato.

La cultura degli alibi

Qualche mese fa giravo su youtube e nel feed mi compare un video di Julio Velasco che parlava di una certa “cultura degli alibi”…mi dico che sarà mai? Semplice, premo play e ascolto…

Alla fine la teoria è semplicissima, ma veramente efficace. La spiega con un esempio che ancor oggi mi fa sorridere ma rende benissimo l’idea.

L’attaccante schiaccia fuori perché la palla non era alzata bene, e si lamenta con l’alzatore perché l’alzata non era perfetta. A quel punto l’alzatore si gira verso il ricevitore, lamentandosi che la ricezione non era perfetta: “se tu che sei il ricevitore non ricevi bene, io che sono il palleggiatore non riesco a fare l’alzata perfetta e poi l’attaccante schiaccia fuori”. A quel punto il ricevitore si gira, cercando qualcuno a cui dare la colpa…ma lui riceve la battuta dalla squadra avversaria, per cui non può dire all’avversario di battere facile così da ricevere bene e lì finisce la catena…

Per Velasco la soluzione è molto semplice: “Gli schiacciatori NON parlano dell’alzata, la risolvono!“, tradotto…non cerchiamo sempre qualcuno o qualcosa su cui scaricare la colpa dei nostri errori, pensiamo sempre e solo a fare del nostro meglio!

Come dice il grande Jeff Bezos, fondatore di Amazon:

Lamentarsi non è mai una strategia

Vi lascio il video completo qui sotto, 3 min e 20 secondi che vale la pena guardare:

Gestire un team

Julio Velasco, oltre ad essere un grandissimo allenatore, è diventato negli anni un punto di riferimento per le aziende dove tiene numerosi corsi nei quali spiega i metodi di coaching efficaci per ottenere il massimo dal proprio team e portarlo a risultati d’eccellenza. Ancora oggi numerose aziende fanno a gara per poter avere un intervento di Julio Velasco con i propri dipendenti.

Secondo Velasco, non tutti possono essere leader a 360°, avere il carisma e la capacità di essere seguiti da tutti. A volte bisogna accontentarsi di saper guidare una parte di un percorso che può essere lavorativo, sportivo ecc… e già questo è tanto. Il primo quesito che un leader dovrebbe porsi, è il rapporto tra quello che il leader dice e quello che viene capito da chi deve seguirlo. Il leader può anche conoscere benissimo il proprio lavoro, avere le idee chiarissime, avere una strategia e un piano di lavoro pensato nei minimi dettagli, ma se chi deve eseguirlo non capisce è inutile. Tradotto con le sue parole:

Non conta ciò che dici ma ciò che l’altro capisce

Ciò che spesso succede quando si discute all’interno di un gruppo è che mentre una persona spiega un proprio concetto, una propria idea…l’altro non si concentra per capire quello che l’altra persona sta spiegando, ma a vedere quanto prima se è d’accordo o meno, questo porta spesso ad interrompere chi parla senza dar modo di esprimere il concetto nella sua interezza.

Anche in questo caso vi lascio un bel video che spiega nel dettaglio questi concetti:

L’allenatore non fa, convince a fare

Per spiegare questo concetto, Velasco racconta la storia di un suo ex-giocatore, uno dei più grandi che abbia mai allenato, che ad un certo punto ha deciso di smettere di giocare e fare l’allenatore.

Racconta che il suo problema è che era stato troppo grande da giocatore, uno di quelli che, fissato un obiettivo, lavorava senza sosta per raggiungerlo; quando ha iniziato ad allenare rapportava tutto e tutti a se stesso, trovando grandi difficoltà nella gestione della squadra. A quel punto si è rivolto al vecchio maestro Velasco, chiedendo aiuto. Il consiglio di Velasco è molto semplice: devi ammazzare il giocatore che sei stato, non puoi prendere te stesso come punto di riferimento per motivare gli altri…non ci arriverai mai…litigherai continuamente perché tutto ti sembrerà poco!

Lo stesso discorso vale anche nel mondo del lavoro, la frase “perdo più tempo a spiegarlo che a farlo da solo” è la peggiore che possa dire chiunque voglia gestire persone all’interno di un progetto. Chi vuole gestire un gruppo di lavoro, deve “uccidere” l’operativo che era prima e investire il suo tempo sui suoi collaboratori. L’obiettivo è coinvolgere e formare i propri collaboratori affinché siano poi loro a trainare il progetto portando in una fase successiva quel valore aggiunto di cui abbiamo bisogno per gestire in maniera ottimale tanti progetti/attività contemporaneamente.

C’è una frase molto bella di Steve Jobs che riassume l’importanza di avere collaboratori che aggiungano valore e non solo esecutori di ordini:

Assumere persone intelligenti per dargli ordini non ha alcun senso. Noi assumiamo persone intelligenti affinché siano loro a dirci cosa fare.

Festeggiare anche gli errori

E’ bellissimo vedere come imparano i bambini, ma in realtà come impariamo tutti: provano, cadono, sbagliano..ci riprovano e quando commettono un errore sono festeggiati, spinti a provarci ancora. L’esempio che fa Velasco è quando un bambino emette i primi suoni “Mam”…”Mam”…e tutta la famiglia fa festa attorno al bambino…”Ha detto Mamma!!!”…è un genio!

In realtà il bambino non ha detto correttamente “Mamma”, ma tutti festeggiamo il suo errore perché è il primo passo di un processo di apprendimento che lo porterà un domani a dire la parola “mamma” correttamente. Il bambino percepisce che può provare tutte le volte che vuole, perché il suo tentativo, il suo errore è festeggiato…allo stesso modo dobbiamo creare intorno alle persone con cui lavoriamo, l’idea, la percezione che l’errore è ammesso, l’errore è parte del processo di apprendimento e crescita, non si può imparare nulla senza sbagliare.

 

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